AUTOBIOGRAFIA

A questo punto della mia vita, giunto alla fine del mio settantacinquesimo compleanno, prima che i ricordi svaniscano completamente, ritengo opportuno lasciare traccia di ciò che ho dovuto affrontare nel mio percorso, dall’infanzia alla fine degli studi canonici per la mia formazione professionale, conquistata con le rinunce e la perseveranza che mi ha sempre contraddistinto.

È come rovistare in un vecchio hard disk, i ricordi (files), ci sono ancora, ma la parte di disco rigido (cervello) che conserva i dati, che non è utilizzata da molto tempo, necessita di una verifica dello stato dei settori di archiviazione (neuroni, sinapsi, cellule gliali, e quant’altro la biologia ci ha equipaggiato), cercando di recuperare i ricordi, anche con l’ausilio di vecchie fotografie in bianco e nero; più frugherete nei vostri ricordi, più ne emergeranno, pertanto questa mia autobiografia subirà molte variazioni e aggiunte.

La nostra mente funziona ad immagini, così iniziava il docente di “dinamica mentale”, all’inizio degli anni 80, dimostrando con la frase:

non dovete vedere le scimmie, subito dopo chiese; quante scimmie avete visto?

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Dinamica_Mentale

 

Quello che non ci fu detto e che non sono immagini statiche, ma dei veri files multimediali con i dati proveniente dai nostri sensori (vista, olfatto, tatto e quant’altro siamo abituati ad usare): nel mio caso, utilizzavo l’immagine di una tela bianca, prima di iniziare un nuovo quadro, utilizzavo una lavagna nera per visualizzare le formule chimiche, una lavagna bianca per gli schemi elettronici, uno sfondo neutro con un ologramma (attualmente) per simulare mentalmente i miei progetti, prima di simularli sul computer o costruirli materialmente.

 

Se siete abituati ad usare la vostra mente e non soffrite di insonnia, provateci, e vi assicuro che quando sbloccherete il sistema, passerete notti insonni con la necessità di orinare ogni due ore probabilmente state scaricando le tossine che si sono accumulate nel vostro sistema glinfatico: a proposito, la mia prostata funziona regolarmente, e non mi sveglio mai, per fare pipi, durante la notte.

 

https://en.wikipedia.org/wiki/Glymphatic_system

 

un consiglio: quando fate ricerche scientifiche con Wikipedia, selezionate la lingua inglese, quindi selezionate il testo e fatevelo tradurre in italiano (con il tasto destro del mouse scegli: “traduci il testo selezionato”).

 

continua

Imprinting

I miei genitori nati e cresciuti tra la provincia di Varese e Milano, provenienti da famiglie con molti fratelli e sorelle, rimasero orfani di padre, in giovane età.

Mia madre, ultima figlia di otto sopravvissuti, alla morte del padre, decise di abbandonare gli studi magistrali in collegio, optando per un praticantato di sartoria; mostrando di avere un carattere forte e volitivo.

Crescendo nel ventennio fascista, inevitabilmente abbracciò la disciplina del “bastone e la carota”, metodo che adottò anche per crescere i suoi figli, in particolare con me, il primogenito.

Anche mio padre, rimasto orfano in giovane età, fu costretto ad abbandonare gli studi e le passioni giovanili per aiutare la famiglia; estroverso e esibizionista, prima di partire per la guerra, praticò il pugilato e recitò, con una compagnia teatrale a Legnano.

Da quanto rammento, aiutato da alcune vecchie fotografie in bianco e nero e dai racconti di mia madre, venni al mondo podalico in una stazione ferroviaria, sporcando la camicia di suo cugino, il medico che assistito dalla levatrice mi recuperò dal caldo mondo acquatico e ovattato, per gettarmi in quello terrestre freddo, luminoso e rumoroso, accogliendomi con una forte sculacciata, forse per vendicarsi di averlo inondato di escrementi, il mio urlo di dolore fu la prima impressione di quello che avrei dovuto affrontare nella vita.

Crebbi isolato dalla comunità paesana, per me, bambino, fu sufficiente rimanere in continua presenza dei miei genitori, che lavoravano insieme nella gestione del bar/ristorante con edicola e rivendita tabacchi, nei locali della stazione ferroviaria, raggiungibile tramite una larga strada in terra battuta tra campi incolti e muri delle fabbriche, a nord dal paese.

 

Vivere isolati dal resto della comunità, non sapendo che avrebbe potuto esserci un modo diverso di crescere, impedisce l’insorgere dell’invidia, a volte non sapere fa crescere in modo migliore; non mi fu mai concesso nulla gratuitamente, d’altronde non chiesi mai nulla; l’erba dei dintorni, era verde ovunque.

 

Mia madre, secondo l’usanza dell’epoca, mi tenne, fasciato come una mummia, messo a riposare in un luogo sicuro, sotto la sua continua sorveglianza, in una cassetta di legno, utilizzata per il trasporto delle bottiglie di birra, e imbottita di stracci, finché, con suo grande dispiacere, a nove mesi, iniziai a muovere i primi passi e subito dopo a correre per i locali del bar; per paura  che mi facessi male correndo verso i binari, richiamato dal rumore del treno che si stava fermando in stazione, mi costruì un’imbragatura con guinzaglio, per tenermi vincolato alla gamba di un pesante tavolo, davanti al bancone del bar, sotto il suo vigile controllo.

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Il freddo

 

Il periodo descritto da questi ricordi è l’immediato dopo guerra dal 1945 al 1955, quando, con l’inizio della scuola elementare, iniziò la mia frequentazione della collettività.

La neve imbiancava il paesaggio dai primi giorni di novembre rimanendo accumulata ai bordi delle strade fino a marzo, quando si riponevano i cappotti pesanti negli armadi.

L’ambiente, composto da cucina, bar, locale ristorante, aveva due grandi porte, ingresso dalla piazza e uscita  ai binari, poste una di fronte all’altra formando una continua corrente d’aria, mantenendo freddi  e senza fumo i locali, riscaldati da un'unica stufa a legna.

Anche l’appartamento sovrastante il bar, riscaldato con una minuscola stufa a carbone, aveva grandi porte finestre, rivolte a nord, composto da tre  stanze, un bagno e un lungo corridoio con l’unico locale arredato con i mobili della camera da letto della “dote nuziale“, le tende, in inverno, erano superflue, perché c’erano gli arabeschi di ghiaccio formatosi con la condensa del vapor acqueo della traspirazione.

 

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Frammenti di medioevo

Anche la grande casa di corte dei nonni, con l’accesso al cortile interno chiuso da un enorme portone di legno, a prova di sfondamento, abitata da famiglie  con lo stesso cognome, era priva di riscaldamento.

Al piano terreno, un lungo tavolo in legno massiccio, posto in un locale che funzionava da cucina, soggiorno e angolo studio; c’era un unico grande camino, con la brace sempre accesa  e la tradizionale stufa economica in un angolo vicino alla finestra che si affacciava sul cortile interno

Questo “riscaldamento centrale”, manteneva gli spessi muri in mattoni, sufficientemente tiepidi, da non far congelare l’acqua che passava nei tubi e contenuta nelle brocche, presenti in tutte le camere da letto; anche i gabinetti, sia nel cortile che nel portico del piano superiore erano, praticamente all’aperto, addossati ai muri del caseggiato, per usufruire del tepore, con un vaso alla turca, al centro di due pareti di mattoni, alte quanto un uomo, senza copertura e una porta in legno, appoggiata su due rudimentali cardini.

Le camere da letto e i locali adibiti a laboratori di riparazione in autarchia, si trovavano al  piano superiore, naturalmente dormivano tutti al freddo; il locale più caldo era la stalla, con una stufa, che bruciava gli scarti delle lavorazioni agricole, ottenuta impilando i mattoni,  coperti da un recipiente pieno d’acqua, da dare agli animali e mantenere l’ambiente umido.

 

La vita nel bar

 

Non c’erano avventori che passavano il tempo libero al bar, alle cinque del mattino, i pendolari entravano, dalla piazza, prendevano il giornale un grappino o un caffè, quindi salivano sul treno, solo con il treno delle venti, al ritorno dal lavoro, qualcuno indugiava con i colleghi, parlando del lavoro da svolgere il giorno successivo, erano gli artigiani incaricati di ricostruire i fregi e gli stucchi, dei palazzi signorili milanesi, danneggiati dai bombardamenti.

Questi artisti del gesso, che frequentavano  l’accademia di Brera, nel giorno di riposo si fermavano a giocare con me, stimolandomi a disegnare sul pavimento, con i gessetti colorati.

Ricordo un tale, che mi insegnò a disegnare le parti attorno agli oggetti in modo che il soggetto apparisse nello spazio rimasto vuoto.

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Questa atmosfera tranquilla durò fino al mio quarto compleanno, quando immediatamente dopo la nascita di mio fratello, mi resi conto di non essere più il prediletto di casa, sebbene  ancora piccolo, dovetti collaborare per la prosperità della famiglia.

Non subii passivamente di essere degradato da principe a scudiero, proprio in occasione della breve vacanza post parto di mia madre, ospite di suo fratello, e della cognata, residenti nella vicina provincia di Como, il mio futuro cambiò, perché accadde qualcosa che ruppe il filo di Clòto, probabilmente anche Làchesi, da allora, fu costretta a riannodare, più volte, il filo, probabilmente scambiandolo con quello di qualcun altro; A’tropo forse è, tuttora, distratta, nonostante i miei, non intenzionali, tentativi di spezzarlo definitivamente.

 

 

Incuriosito dal nuovo mondo, di cui non conoscevo l’esistenza, oltre la striscia di asfalto nero e liscio, c’era una fattoria circondata dai campi imbionditi di grano, approfittando di un attimo di distrazione dei miei congiunti, attratto dal quella insolita visione, uscii correndo dalla casa, attraversando la strada, per raggiungere quell’oasi rumorosa quando, improvvisamente, fui investito da una” Fiat 500 Giardinetta”.

 

Il rumore della frenata e le grida di disperazione del conducente, sceso dall’auto, cercando anche tra le ruote, cosa fosse rimasto del bipede che aveva investito.

Nel frattempo, attratti dal frastuono, giunsero i miei parenti, spaventati a causa della mia assenza nella abitazione.

 

La grida di disperazione, aumentarono ulteriormente, quando, non furono trovati i resti del mio corpo sotto l’auto e neppure spiaccicato sulla strada.

 

Quello che mi accade in quei momenti è inspiegabile, tra le urla di disperazione dei convenuti, ricordo che stavo osservando la scena dello strano veicolo, metà auto e metà mobile, da dietro un grande paracarro in granito, nascosto tra l’erba alta ai bordi della strada; forse, come accennato in precedenza, A’tropo era distratta e Làchesi, annodò frettolosamente, il mio spezzone di filo al primo che gli capitò tra le mani, oppure le Moire, decisero, congiuntamente di darmi un’altra possibilità.

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Quel caldo giorno di giugno del 1953, il fato, probabilmente modificò il viaggio della mia vita, non più con un treno che segue il tragitto predefinito, condividendolo con altri, ma sostituendo il mezzo di trasporto con un landò, libero di muoversi liberamente verso un futuro guidato dal libero arbitrio.

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Tornati a casa, dopo quella breve e tormentata vacanza, mia madre si rese conto di non essere nelle condizioni di badare contemporaneamente alle esigenze del neonato, al lavoro e alla mia, insaziabile, frenesia di conoscere cose nuove.

Sebbene, la mia infanzia, non fu certamente priva di cadute, probabilmente non caddi dal seggiolone, ma sicuramente, almeno da quanto mi raccontarono, all’età di due anni, cascai a terra, con un amico di famiglia, che, con me sulle sue spalle, salì in piedi su di una sedia, per farmi manipolare i pomelli della radioe posizionata a più di due metri di altezza in un’apposita nicchia ricavata nella parete del bar; fortunatamente non battei la testa (?), probabilmente fui protetto da chi stava assecondando il mio capriccio.

 

I miei genitori, concordarono di affidarmi alle amorevoli cure delle suore che gestivano l’asilo infantile.

 

Non potendo accompagnarmi personalmente, affidarono il compito alla ragazza che assisteva mia madre nelle pulizie e riassetto della cucina.

Ogni mattina, con fatica, riuscivano, dopo avermi fatto indossare un grembiule, a infilarmi nel passeggino della bicicletta per portarmi in quella prigione maleodorante.

Prigione perché, con gli altri bambini, dovevamo obbedire agli ordini delle suore, che con modi da carceriere, in divisa nera, corredata di mantellina bianca e cappuccio che nascondeva la fronte e i capelli; a completamento dell’abbigliamento, sul petto penzolava una croce di legno.

Ricordo che gli unici insegnamenti ricevuti furono le preghiere e la disciplina, applicata con una sottile e flessibile bacchetta di legno; con gli altri bambini, quando non si pregava, dovevamo stare in silenzio seduti sui banchi con la testa appoggiata sul piano antistante.

A mezzogiorno esatto, accompagnato dai rintocchi del campanile, il pranzo; una brodaglia di sapore salato con un fortissimo odore di cumino, senza dubbio un valido aiuto per la nostra salute, perché, l’intruglio, riuscì a mantenere in buona salute molti bambini nati durante e immediatamente dopo gli anni della guerra, purtroppo,  oltre al cucchiaio di legno, non ci fu fornito un mollettone per tapparci il naso.

Dopo il pranzo, dovevamo nuovamente appoggiare la testa sul piano fino a quando, qualche parente, non ci riportava a casa; la bacchetta, era abbastanza lunga da raggiungere tutti, serviva per non farci sollevare la testa dal piano, evitando alla suora di alzarsi dalla sua cattedra.

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Non sopportai per molto tempo quella imposizione, qualche giorno dopo, diedi un morso al polpaccio della mia accompagnatrice che corse piangendo da mia madre implorandola di togliergli l’incarico.

 

Fu così che fui graziato e liberato!

 

All’inizio degli anni 50’, il miglioramento dell’economia con la ricostruzione del dopo guerra, anche nei dintorni della stazione, un manto nero e liscio di asfalto copriva le vie in terra battuta e il piazzale, favorendo l’insediamento di abitazioni e villette, tra queste, a cinquanta metri da casa mia, quella di uno dei medici condotti del paese con due figli; il più piccolo, quasi mio coetaneo.

La moglie del dottore, professoressa di greco e latino, a conoscenza delle mie vicissitudini, venne in aiuto a mia madre.

Fu così che acquisii una seconda madre, che mi educò con i suoi figli, contribuendo alla mia istruzione prescolare.

Ogni mattina, con il figlioletto, passavano a casa mia, portandomi nella loro abitazione, dove trascorrevamo insieme tutta la giornata, riaccompagnandomi a casa per cena e notte.

Questo fino all’inizio della scuola elementare, i mesi di differenza interruppe, parzialmente  la nostra quotidiana frequentazione, non ricordo molto di quel periodo, probabilmente la mia seconda madre continuò ad occuparsi di me, anche in assenza del proprio figlio.

 

L’anno successivo, ogni mattina, ci accompagnava alla scuola elementare, poco distante dalle nostre abitazioni, fino alla nostra autosufficienza.

Fu il mio “miglior amico” per oltre settant’anni, abbiamo continuato a frequentarci, impegni di studio, lavoro e familiari permettendo, finché la sua condizione di salute lo condusse verso una nuova vita.

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I miei ricordi ritornano chiari dall’età di sette anni, quando uno strano episodio, che per il momento non racconterò, perché non ho prove documentali dell’avvenimento, anche se le ho cercate per mesi.

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la situazione economica familiare

Nei giorni prefestivi e festivi, mancavano gli incassi giornalieri, non c’erano i pendolari e neppure gli incassi del ristorante, i pochi introiti provenivano dalla vendita di qualche bibita ai giovani motociclisti che trascorrevano la domenica pomeriggio giocando a carte, chiacchierando o sedendosi accanto alla radio che trasmetteva le radiocronache delle partite di calcio.

Queste sporadiche frequentazioni non erano sufficienti a pagare le spese di gestione dell’attività, pertanto, nell’estate del 1956, i miei genitori, per attirare nuovi avventori, aggiunsero la televisione nella sala ristorante, utilizzata sporadicamente dai giocatori di carte nelle ore seralie nei pomeriggi festivi.

Sabato sera, nelle calde serate primaverili e estive, la novità della televisione, richiamò nuova clientela con il programma “lascia e raddoppia”, gli spettatori rimanevano incantati a guardare il piccolo schermo in bianco e nero e la bravura dei concorrenti che sapevano rispondere, in perfetto italiano, alle domande del conduttore televisivo.

Per me e per i figli degli avventori, che sapevamo, a malapena leggere e scrivere, era l’occasione per giocare in gioiosa compagnia sul luminoso e asfaltato piazzale della stazione, ben consapevoli che il giorno seguente non c’era scuola.

A quella età ero già alto come mia madre, pertanto potevo fare, “quasi” tutti i lavori che faceva lei; non di certo quelli importanti per gestire la famiglia, ma quelli più semplici come sparecchiare i tavoli o pulire il pavimento del ristorante con una scopa,  erano sicuramente alla mia portata.

Quella estate, fu la prima volta che mia madre mise in atto la tecnica del “bastone e la carota”; se usufruivo del vitto e alloggio, non dovevo considerare che mi fosse dovuto unicamente perché a scuola avevo superato brillantemente la prima elementare.

Mentre mi divertivo in compagnia dei figli di chi era accomodato in sala televisione, e, mia madre, gridando il mio nome, richiedeva il mio aiuto per portar fuori le bottiglie vuote che intralciavano i loro movimenti, e che naturalmente fingevo di non aver sentito, ripeteva l’ordine solo una seconda volta, il terzo richiamo non era necessario; mi aspettava il bastone!  e non è un modo di dire.

La mia genitrice, possedeva un battipanni in vimini che utilizzava regolarmente per le pulizie domenicali; capii presto che serviva anche per la mia educazione, perché non lesinava ad usare l’arnese sul mio posteriore, proprio come se fosse un materasso da sbattere per far uscire polvere e acari; provai a nascondere quello strumento di tortura, ma aveva le scorte.

Anche i bambini crescono

I debiti

Al ritorno dalla guerra, mio padre, si occupò di prenotare, acquistare e far tagliare la legna da rivendere per il riscaldamento domestico; con il miglioramento economico globale, il carbone, consegnato in sacchi di iuta, già in piccoli pezzi, facilmente gestibili dagli utenti, sostituì l’utilizzo della legna da ardere.

Ricordo che, per almeno un decennio, mia madre metteva in una scatola metallica, recuperata dal precedente utilizzo come contenitore di biscotti, i soldi da dare mensilmente al “mediatore”, il cui compito era di far incontrare l’offerta del proprietario del fondo alberato con chi avrebbe fatto tagliare gli alberi che ridotti in pezzi di uguale lunghezza, raggiungevano l’utilizzatore finale che li accatastava in un luogo asciutto; il contratto stipulato con il mediatore, prevedeva il pagamento dell’impegno di pagare il legname anche se non tagliato e prelevato.

Passarono pochi anni, anche i rivenditori di carbone, fallirono con l’arrivo del gasolio, consegnato con una autobotte che scaricava il liquido oleoso in un serbatoio collegato direttamente alla caldaia.

In quegli anni, a causa dalla scarsa scolarizzazione, non era facile prevedere l’andamento dei mercati, l’unico mezzo di informazione erano i quotidiani, che si occupavano per lo più di cronache locali, poco di politica e quasi niente di economia, la “gazzetta dello sport”, era il giornale più letto.

Per il pagamento delle tasse sui redditi, esisteva un ufficio locale gestito da un individuo, noto come il “daziere”, che visitava regolarmente i lavoratori autonomi, mediando quanto avrebbero dovuto pagare per l’imposta locale.

La ripresa economica, e la maggior consapevolezza ambientale della popolazione per la propria salute, sostituì anche il gasolio per riscaldamento, gli ugelli dei bruciatori domestici si bloccavano spesso a causa del catrame e della pece contenuta nell’olio combustibile con alto contenuto di zolfo; negli anni 70’, la spessa coltre di smog che copriva Milano odorava di anidride solforosa, che asfissiava i pendolari che, da fuori città, giungevano alla stazione ferroviaria della metropolitana.

 

Tuttora, in attesa dei mini reattori nucleari “SMR”, sufficienti per fornire energia elettrica e termica a piccole comunità, c’è il gas metano e l’Idrogeno, che potrebbe essere distribuito attraverso la medesima infrastruttura utilizzata per il gas metano, la combustione dell’Idrogeno produce acqua; anche l’idrogeno potrebbe essere prodotto localmente con metodo catalitico attivato dalla radiazione solare.

 

i colori dell’idrogeno

 

Aggiornamento reattori nucleari 2026

 

Fortunatamente gli anni passarono abbastanza velocemente, la scuola elementare finì, di quegli anni mi è rimasto il ricordo dell’alzabandiera quotidiana accompagnata dall’inno di Mameli, delle poesie imparate a memorie e dalla attenzione dedicata dai maestri, con l’aiuto di manifesti illustrati, riguardo il pericolo delle innumerevoli bombe inesplose, rimaste sul terreno dalla fine della guerra.

Nel girovagare con i nuovi amici, quando non c’era scuola, trovammo e avvisammo i vigili dell’esistenza di una bomba a mano inesplosa sotto il ponte che attraversa un piccolo corso d’acqua alla periferia del paese.

Un altro ricordo che mi torna spesso in mente, riguarda l’assenza da scuola per le malattie come varicella, morbillo, difterite e, in particolare la poliomielite, che colpiva almeno un bambino per classe, meno frequente furono i casi di difterite; subire l’attacco del virus della varicella e del morbillo, era endemico.

In quel periodo, se avevi il mal di denti, il dentista risolveva definitivamente il problema estirpando il dente, se ti faceva male la gola, l’otorino stabiliva che l’opzione migliore era di rimuovere le tonsille e le adenoidi, perché, secondo l’illustre parere dello specialista, erano eccedenti e in più c’era un bonus: potevi mangiare tutti i ghiaccioli che volevi per favorire la guarigione.

Senza più protezione delle vie aeree capitava di avere gli orecchioni (parotiti), in tal caso era meglio non dire niente, non si sa mai cosa avrebbero potuto toglierti; In genere le asportazioni chirurgiche avvenivano senza anestesia.

Il lato positivo della vacanza obbligata; oltre a non andare a scuola, mi compiacevo del fatto che potevo rimanere, accudito e coccolato, nel mio letto, nella cameretta, allestita dopo la nascita del secondo genito, che dormiva ancora in camera con i miei genitori, accanto al letto matrimoniale.

Oltre alle visite del medico, per il controllo e cura del mio stato febbrile, quella di mia madre  per il nutrimento, in genere brodo caldo di pollo, erano particolarmente gradite anche le visite del mio padrino della prima Comunione, un ingegnere chimico, amico di famiglia, che mi regalò libri come “dalla terra alla luna”, “24 mila leghe sotto i mari”, “il giro del mondo in 80 giorni”, “i viaggi di Gulliver” e un pesante libro illustrato, sugli uccelli d’Italia.

 

La sanità pubblica si organizzò con un autobus attrezzato per la radiografia toracica e le vaccinazioni, convalidate con un marchio sul deltoide; la mia generazione, aveva un segno, ben visibile sul braccio, lasciato dalla vaccinazione contro il virus del Vaiolo; non esisteva il libretto sanitario, ma il marchio persisteva per diversi anni.

 

Nel frattempo, il mio miglior amico era passato alla scuola media, ma non ero più senza amici perché alcuni compagni di classe abitavano nella prima strada laterale, a poche decine di metri da casa mia.

 

La scuola media

Al termine dei cinque anni di scuola elementare, mi iscrissero alla scuola media più vicina raggiungibile in treno

 

 

Il primo giorno di scuola, mi accompagnarono a destinazione in treno, in classe incontrai alcuni miei compagni delle elementari, che, come me, ebbero la possibilità di proseguire gli studi.

Dopo il primo giorno di scuola, non fu più necessario l’accompagnamento; eravamo abituati a cavarcela senza l’aiuto degli adulti

 

In quell’anno mia madre era in attesa di un nuovo membro della famiglia e mio padre sempre più nervoso, a causa dei debiti sfogava su di me le sue preoccupazioni; fortunatamente, l’allenamento da pugile, a cui mi aveva sottoposto mentre crescevo, ero diventato agile a schivare le sue manone.

Il nuovo ambiente scolastico, non mi dispiacque, gli argomenti insegnati mi coinvolgevano, ma ci fu un’incomprensione con la professoressa di italiano e latino, che si rifiutò categoricamente di correggere i miei scritti perché riteneva indecifrabile, la mia grafia a “zampa di gallina”; per chi non sapesse cosa intendo, è sufficiente cercare di leggere una ricetta o referto medico, scritto a mano, dal vostro medico, probabilmente, nel cassetto delle medicine dei vostri genitori, avete ancora qualche prescrizione non utilizzata.

Alla professoressa in questione, non importò che le interrogazioni orali di latino e l’analisi logica, fossero corrette, subii continui atti di bullismo dalla signora in questione, che chiese di parlare con i miei genitori.

Tentai di spiegare che cercando di scrivere, tra le righe del quaderno, concatenando l’inizio e la fine di ogni lettera, come pretendeva l’insegnante, mi lacrimavano gli occhi e mi faceva male la testa per lo sforzo; mi portarono dall’oculista che mi prescrisse gli occhiali riposa vista, ma la situazione non si risolse positivamente per me; fui bocciato e costretto a ripetere l’anno.

La causa della mia pessima grafia era” l’astigmatismo”, che nel 1959/60, non era considerato un deficit visivo.

Tra le cause della mia pessima grafia, oltre al “deficit visivo”, forse il passaggio all’utilizzo della penna stilografico e alla penna Biro, molto più scorrevoli sulla carta, contribuirono a rendere indecifrabile, per “gli ottusi di mente”, la mia scrittura, tuttora molto veloce.

Solo cinquant’anni più tardi, dopo l’operazione di una cataratta “traumatica”, causata da una caduta da una scala a pioli, mi resi conto che finalmente riuscivo a scrivere correttamente in modo leggibile anche per gli altri; sia mio padre che mia madre, avevano una scrittura da amanuense (scrittura manoscritta).

Frugando tra i miei ricordi dei primi anni di scuola, riemergono le immagini di quando ci facevano riempire i quaderni a quadretti con aste e cerchi inseriti in ogni suddivisione; nessuno dei miei segni era contenuto tra i bordi della ripartizione stampata sul foglio, ma incrociavano sempre il contorno; nonostante l’errore non fui mai biasimato per quella imperfezione grafica.

Forse perché  in quegli anni, l’analfabetismo era molto diffuso, e al contadino o al muratore, non serviva saper scrivere e leggere; sui sacchi del materiale c’era un’immagine rappresentativa del contenuto, in ogni caso i rivenditori, che sapevano “far di conto”, erano scolarizzati con almeno il diploma di scuola media.

Ricordo anche che sul banco c’era un calamaio contenente un inchiostro nero, non tossico,  utile per immergere la penna dotata di apposito pennino, che, utilizzato correttamente, raccoglieva la giusta quantità di pigmento, senza macchiare il foglio; la prova che  l’inchiostro non fosse  tossico, fu verificata da due compagni di classe, più volte ripetenti, che simulando i gesti del parroco, celebravano il loro rito propiziatorio, bevendo il contenuto del calamaio.

 

La mia carriera scolastica non finì a causa dell’incontro con una persona immeritevole di sedere sulla cattedra, il Metodo Montessori, formulato nel 1907, osserva il comportamento del bambino, promuovendo l’autonomia, il pensiero critico e la responsabilità sociale con l’approfondimento delle conoscenze.

 

Fare il baby sitter, mentre studiavo, non era un lavoro, era una necessità di famiglia, lo facevo da quando avevo quattro anni; il mio primo incarico fu di avvisare quando il fratellino doveva essere cambiato (purtroppo non con un altro già pulito e meno petulante), i pochi anni di differenza limitava i miei compiti al controllo che non si facesse male, inciampando mentre tentava di camminare, alcuni anni più tardi dovetti assisterlo nei compiti scolastici, mentre accudivo il terzo genito anche nel cambiargli il pannolone e pulirlo.

 

Il Collegio

Sicuramente fu per l’intervento della nonna materna, che poco prima di morire, forse per un senso di colpa per aver lasciato estromettere sua figlia dalla propria parte di eredità, permettendo al fratello maggiore, suo tutore legale, di portarla dal notaio, al compimento del suo ventunesimo compleanno, facendogli sottoscrivere la rinuncia al lascito del padre, dividendo la sua parte tra i tre fratelli maschi; mia madre, in genere molto loquace, ricordava bene l’episodio, sottolineando che proprio quel giorno, aveva il mal di gola e non poteva parlare per esprimere il proprio dissenso.

Alla morte dei due fratelli, senza eredi diretti, non lasciarono nulla a mia madre, nonostante avesse accudito, l’ultimo fratello rimasto vedovo, negli ultimi anni di vita; l’intero patrimonio di famiglia finì in eredità ai quattro figli del primo genito, tutore legale di mia madre.

Sobillata dalla sua nipote preferita, figlia di una sorella, mia madre mi incaricò di rivolgermi al mio consulente legale, che dopo aver ascoltato i fatti, disse:

 

“Non si può rinunciare a qualcosa che non si ha.”

 

Il significato, se non fosse chiaro, è che prima di rinunciare alla propria eredità, è doveroso eseguire le pratiche notarili necessarie, solo in seguito è possibile rinunciare alla propria parte di eredità.

Consigliai mia madre, ormai ultra ottantenne, che non era il caso di intraprendere una guerra familiare che gli avrebbe impedito di vivere serenamente gli ultimi anni della propria esistenza, mi ascoltò, dicendo a sua nipote, di non passare più a trovarla.

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La giustificazione di tale comportamento fu che il patrimonio di famiglia doveva appartenere, unicamente a chi portava il medesimo cognome familiare.

La nonna aveva lo stesso cognome del nonno, perché solitamente si sposavano tra parenti per non disperdere il patrimonio; i loro avi, presiedevano cariche pubbliche collaborando con la chiesa.

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Il collegio, oltre all’accrescimento intellettivo, adottava  il principio "Mens sana in corpore sano" , abbinando la cura della mente all’attività fisica; ogni anno gli studenti dovevano esibirsi pubblicamente con un “saggio ginnico”, di retaggio fascista.

Ogni settimana, con qualsiasi situazione climatica, oltre alla preparazione con gli esercizi a corpo libero, eseguiti in gruppo da tutti gli allievi, c’era anche la tradizionale messa settimanale con la confessione e relativa espiazione della pena; ricordo la faccia contrita del Don, che ascoltava malinconicamente i miei peccati, sembrava veramente dispiaciuto per il mio comportamento.

Per quanto mi sforzi di ricordare quali fossero i miei peccati di undicenne, scorrendo l’elenco dei dieci comandamenti, non mi riconosco come peccatore, forse un po’ discolo, ma peccatore proprio no.

 

La disciplina era imposta con pene corporali.

C’erano due tipologie di studenti gli “interni”, in genere figli di facoltosi industriali o politici, che piazzavano i pargoli in collegio per togliersi “l’impegno” di crescerli, e gli “esterni”, pendolari come lo ero io, con i genitori che potevano pagare la retta per l’educazione dei figli, ma volevano avere il controllo sulla loro crescita.

Pur sedendo, fianco a fianco, nella stessa aula, difficilmente gli “interni“ facevano amicizia con gli “esterni”, che preferivano rimanere tra loro.

“Don Sberloni“, che accompagnava, quotidianamente, “gli esterni” fino alla stazione ferroviaria e degli autobus; ci radunava in fila per quattro e, da buon pastore, conduceva il gregge, ordinatamente verso il luogo prestabilito, per prendere il mezzo di trasporto verso casa.

Non mi è mai piaciuto seguire il branco, perciò approfittavo della distrazione di “Don Sberloni” per scappare dalla fila raggiungendo la stazione per conto mio.

Il giorno della settimana con lezioni pomeridiane, ci fermavamo in refettorio, a consumare il cibo portato da casa; “Don Sberloni”, in piedi su una pedana rialzata in modo da vedere tutti i ragazzi (bambini), tirava fuori un libretto con la copertina nera (non era il breviario) e chiamava, ad alta voce, uno alla volta, chi aveva saltato la fila, quindi, elencava le volte che il birbante aveva evitato di farsi accompagnare alla stazione.

 

Il verdetto

Sistemava il giovane di fronte a lui a distanza di schiaffo a mano aperta, prendendo come riferimento lo zero con il contatto “sua mano/nostra guancia”, leggeva sul libretto nero il numero di volte che il malcapitato aveva evitato la fila; ogni volta corrispondeva a un angolo di 10 gradi, quindi tre volte equivaleva a un ceffone di 30 gradi.

Con l’angolo di 40 gradi si finiva per terra; per fortuna la settimana scolastica è di solo 6 giorni.

Ho sempre dubitato che il Don della confessione facesse la spia al “Don Sberloni”, perché l’educazione impartita contemplava la disobbedienza come un peccato, che io confessavo regolarmente.

E’ proprio difficile sopravvivere all’età della prima adolescenza

In quell’anno mia madre era in attesa di un nuovo membro della famiglia e mio padre sempre più nervoso, a causa dei debiti sfogava su di me le sue preoccupazioni; fortunatamente, l’allenamento da pugile, a cui mi sottopose mentre crescevo, divenni agile a schivare le sue manone e a dare pugni, a farne le spese fu un amico con opinioni divergenti dalle mie, tanto da meritarsi un pugno sul naso.

La vista del sangue che colava dal suo naso, mi rese consapevole dei danni collaterali delle mie azioni; quella fu la prima e unica volta che feci fisicamente male a qualcuno.

Con il mio miglior amico, nel periodo della prima adolescenza, lottammo più volte, per risolvere le nostre controversie, senza mai dover far uscire suo padre dall’ambulatorio per le nostre scaramucce, l’unica sua  richiesta era quella di non disturbarlo quando faceva il sonnellino pomeridiano, perché spesso riceveva richieste urgenti di intervento notturno dai suoi pazienti.

 

“ il pericolo è il mio mestiere”, questo era il titolo di una serie televisiva del tipo demenziale degli anni 90.

 

La nostra fantasia, era precursore di quel genere di avventure, forse a causa di letture del tipo “Tom Sawyer e il suo inseparabile amico Huckleberry Finn”.

 

Era il periodo dei pattini a rotelle, che ci regalarono per la promozione, dopo esserci allenati, a non cadere disastrosamente, nel suo scantinato, affrontammo l’asfalto della via che dal piazzale stazione conduce all’intersezione della strada provinciale.

Il manto stradale, molto liscio e senza imperfezione; trattandosi di una delle prime opere pubbliche, in quegli anni era più importante che avesse un bel aspetto, erano realizzate con il metodo degli antichi romani, preparando accuratamente il supporto sottostante con pietrisco di dimensioni decrescenti, compattato da un enorme “schiaccia sassi”, che serviva anche come rifinitura superficiale finale dell’asfalto.

La strada, leggermente in discesa e poco frequentata da veicoli a motori, ai nostri occhi adolescenti, era la pista ideale per testare le nostre abilità, tanto che il parroco ci volle in prima fila in una delle tante processioni religiose di quegli anni.

L’anno successivo, avevamo superato la fase dei pattini a rotelle, ma non furono abbandonati in uno scantinato.

Smontammo le ruote dai pattini per costruire due tavole, tipo gli attuali skateboard; fortunatamente il parroco non ci chiese di esibirci in processione, perché le tavole avevano qualche problema a sterzare..

Ormai più grandicelli, ci regalarono le biciclette, adeguate al nostro metro e sessanta.

Nel mese di giugno, il contadino che abitava in una corte che si affacciavo sulla strada, aveva l’abitudine di stendere, sull’asfalto dei grandi teli che ricopriva con i semi del frumento, appena mietuto, in modo da essiccarlo al sole di giugno e luglio, coprendo i semi durante la notte con una parte del telo.

Sicuramente non avete mai provato l’ebrezza di passare sopra una bionda distesa di semi con la bici; il contadino non ci rimproverò mai, forse perché, con le nostre scorrerie gli stavamo risparmiando la fatica di rigirare i semi per una perfetta essicazione.

L’unica volta che suo padre intervenne prontamente su di me, fu quando mi infilai il freno della bicicletta nella coscia interna.

Un pomeriggio estivo, mentre giocavamo a “bici cross”, sullo scivolo che conduceva dal giardino al garage semi interrato; per rendere più emozionante la discesa, mettemmo teli, tappeti arrotolati e quant’altro avrebbe potuto servire per creare ostacoli alla discesa, quindi, a turno, scendevamo velocemente per il percorso a ostacoli, incrementando di volta in volta gli ostacoli.

Affrontando la curva dello scivolo, la ruota della bicicletta si piegò ad angolo retto contro un tappeto arrotolato, piroettandomi per aria rotolando con il freno della bici infilato nella mia gamba; al termine dell’azione, il mio amico mi aiutò a rimuovere il freno, ancora attaccato al manubrio della bici, dalle mie carni e dopo aver sciacquato e ripulito dal sangue la ferita, salimmo al piano superiore bussando alla porta dell’ambulatorio, dove suo padre, che non si era accorto di nulla, abituati a non disturbarlo con urla o piagnistei, stava visitando i pazienti.

Intervenne prontamente con lavaggio e disinfezione della ferita, un paio di punti e vaccinazione antitetanica; come ufficiale medico militare aveva affrontato di peggio.

i professori

rick-3Riccardo Monti